GINO BIONDA

Inventariare il mondo


28 maggio – 19 giugno 2016
Inaugurazione: sabato 28 maggio – ore 18:00

a cura di Giulia Grassi
testo e presentazione di Giulia Grassi


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Nell’opera dell’artista gravellonese, Gino Bionda (1919-1986), non si vede che dapprima il lato interessante: ci ha lasciato più di novemila composizioni realizzate su una variegata tipologia di supporti che egli accumulava a piacimento, soprattutto nella piccola dimensione. Queste ultime sembrano conferire alle opere il carattere di “carte da gioco” che, come diapositive di una pellicola cinematografica, si dispiegano allo sguardo in un racconto per immagini che si potrebbe intitolare: “Storie recondite dal mondo ”.
L’artista rende vive, infatti, attraverso l’arte, le immagini di un mondo potenzialmente segreto ed infinito, fatto di suggestioni che vengono dalla realtà naturale (animale, vegetale, minerale ed entomologica) e di ricerche che indagano nel substrato della materia al fine di scorgerne le interne strutture, i loro rapporti di forza e le forme attraverso cui esse sono rese visibili. Questa capacità di indagine deriva certamente da una metodologia scientifica che Bionda aveva appreso durante gli studi universitari. Nel 1946 si era, infatti, laureato in Medicina Veterinaria ed aveva esercitato la professione per un breve periodo negli anni successivi al Secondo conflitto mondiale, prima di decidere di abbandonare tutto e trasferirsi a Parigi (1952) per dedicarsi all’arte.
Attraverso una selezione essenziale delle opere, la mostra si propone di dare ragione ad una eterogeneità espressiva che caratterizza tutta la produzione artistica di Gino Bionda.
Egli, da autodidatta, si iniziò alla pratica dell’arte attraverso lo studio dell’opera dei grandi maestri e tramite l’utilizzo di manuali di tecniche pittoriche.
L’effetto che la visione unitaria dell’opera produce è il senso di meraviglia di fronte al riconoscimento di una rappresentazione originale, ottenuta attraverso linguaggi diversi e spesso contrapposti, che danno vita ad un personale sentire interiore.
Cercare di incanalare l’arte di Gino Bionda in una precisa tendenza artistica, non permette di comprendere in maniera esaustiva la sua opera, la cui analisi è spesso ostacolata dalla mancanza di riferimenti cronologici certi e della firma, che avvalorano l’ipotesi di una continua volontà sperimentativa. Tuttavia, è possibile affermare come la sua produzione oscilli entro i confini complessi e spesso ambigui delle ricerche astratte, vicino ad una generazione di artisti che, liberati dai totalitarismi politici e culturali, seppero elaborare in maniera consapevole ed indipendente il linguaggio dell’immagine.
Nel Secondo dopoguerra, infatti, gli artisti non avevano perso l’esigenza dell’originalità che era stata prerogativa delle Avanguardie, il bisogno di creare non solo l’opera, ma la tendenza, e quindi la lingua oltre che il linguaggio artistico, la sintassi oltre che l’opera di fantasia, la poetica e non soltanto il singolo prodotto, li aveva avviati verso una continua, nuova relazione tra attività estetica, scienza, uso di nuovi materiali.
Dall’esperienza del colore e della linea sulla superficie, Bionda giunge così alla realizzazione di ampi arabeschi formali, che diventano geroglifici di una magica calligrafia. Questa ricerca approda ad una linea che si configura come segno grafico definito, sistema alfabetico che influenzato, forse, da certe forme di proto-scrittura delle civiltà antiche e dal calligrafismo orientale cinese e giapponese, mira a creare una rappresentazione grafica del linguaggio interiore, suscitato da ricordi o impressioni simultanee. A questa serie si accostano le ricerche espressive dalle quali emergono reminescenze del mondo rupestre e primitivo: è il risultato finale di una volontà di stilizzazione, di schematizzazione, di contrazione della forma ridotta, come è stato precedentemente per la scrittura, a segno che si assimila qui, però, al piano della decorazione, dell’ornamento e dell’abbellimento. Emerge così la sintassi del principio decorativo: la ripetizione, l’alternanza, l’inversione, la sovrapposizione, la geometria, il punto, il tratto, le palmette, i trafori, le spirali, gli arabeschi.
Un secondo grado d’indagine è quello che procede sulle strutture degli elementi naturali. La fisionomia di questi ultimi si riduce ad uno studio morfologico delle loro strutture primarie (petali, filamenti, pistilli, sepali…). L’artista sembra credere che il mondo naturale intero agisca, nella lotta per la vita, attraverso metodi analoghi a quelli dell’uomo. In fondo la Natura adopera la stessa logica, raggiunge il suo scopo con gli stessi nostri mezzi: brancola, esita e si riprende molte volte, aggiunge, elimina, riconosce i propri errori e cerca di correggerli come faremmo noi al suo posto. Essa s’ingegna ed inventa faticosamente, a poco a poco, come fanno gli operai e gli ingegneri dei cantieri: lotta come noi contro la “massa pesante”, enorme ed oscura, del suo essere.
Gino Bionda amplia poi la sua ricerca verso la creazione di un “bestiario”, una fauna “snaturata” i cui animali non riconducono alle immagini note del mondo reale, ma sono ibridazioni anatomiche: parti di insetti, fiori e minerali, entro le cornici di un mondo totalmente immaginato. Così, in questa euforia fantastica, ogni tanto capita di imbattersi nell’incontro di personaggi-insetti che sembrano raggruppati secondo le loro affinità parentali. Ed all’interno di queste categorie il disegnatore scopre un’infinità di possibili novità: ci sono degli insetti grandi o piccoli, tarchiati o eleganti, con zampe lunghe o corte, con grandi o piccole antenne.
Se così inizialmente Gino Bionda sperimentò un linguaggio vicino all’astrazione formale e al Surrealismo, nell’ultimo periodo si avvicinò ai valori propulsivi della tendenza Informale. L’artista dopo tanti anni in cui aveva allenato l’occhio e la mente a lavorare nella piccola dimensione, riuscì a dare, a questa, una nuova vitalità, attraverso una poetica capace di indagare lo spazio dal di dentro, come se volesse far emergere una realtà latente sulle superficie, che aspetta solo di essere scoperta e raccontata. Bionda utilizza in questo contesto strumenti alternativi al pennello, oggetti di uso quotidiano (graffette, aghi, grucce) e procede prima per “assemblaggio” ed “impressione” e poi per “incisione”: la superficie dell’opera si fa percettibile e l’osservatore è invogliato a toccarla con mano.
L’artista, dunque, attraverso uno sforzo investigativo finalizzato all’enumerazione ed all’inventariazione di una realtà fenomenica e fantastica, pone lo spettatore di fronte alla consapevolezza dell’impossibilità onnicomprensiva assoluta.
I nostri occhi non potranno che rimanere folgorati alla vista di questa insolita Wunderkammer dell’immaginazione.

  • Giulia Grassi